Con quella Juve lì, il fenomenale Cristiano Ronaldo non c’entra niente.Testimonianza plastica di un calcio che si è trasferito su un altro pianeta, e non ha più nulla in comune con quello che ci ha cresciuti

Mi domando, adesso, quale battuta avrebbe tirato fuori l’Avvocato Agnelli, per chiudere degnamente l’avventura in bianconero di Cristiano Ronaldo.
E a quanto materiale giornalistico sarebbe uscito, in questi tre anni, se a gestire il talento (e i capricci) del campione ci fosse stato un presidente come Boniperti. Che della Juventus aveva una concezione quasi religiosa, e il grande Platini non era nemmeno sceso dall’aereoplano, che già gli avevano fissato l’appuntamento dal barbiere.

Parto dall’Avvocato, da Platini e da Boniperti perché quando penso alla Juve, penso più a loro che a Cristiano Ronaldo.
Penso a Bettega e a Causio: a Pietro Anastasi, a Beppe Furino… Ad Altafini, che entrava nell’ultimo quarto d’ora e segnava il gol decisivo, e a Piloni, che invece non giocava mai.
Penso a quelle immutabili strisce sulla maglia, ai pantaloncini bianchi, al numero bianco inserito nella toppa nera… Il bellissimo stemma ovale, con lo stemma di Torino, la zebra come ideale mascotte, e persino il giornalino dei tifosi, con quel titolo ottocentesco: “Hurra’ Juventus”. Che ai miei tempi usciva una volta al mese, costava trecento lire e ti faceva vedere quale faccia avessero realmente Longobucco, Mastropasqua, Alessandrelli e tutte le riserve che alla Domenica Sportiva non comparivano mai.

Con quella Juve lì, il fenomenale Cristiano Ronaldo (capace di realizzare cento reti in centotrenta partite ufficiali) non c’entra niente.
Testimonianza plastica di un calcio che si è trasferito su un altro pianeta, e non ha più nulla in comune con quello che ci ha cresciuti, ed abbiamo imparato ad amare.
CR7, e il suo impero sportivo-finanziario, appartengono ad una galassia diversa: quella dei tredici milioni netti a Coutinho e agli otto di Ramsey. Con i procuratori, i parametri zero, e le commissioni incorporate da venti milioni a botta. Il calcio della Var e degli stadi senza pubblico, dei diritti televisivi e delle maglie sempre più sciatte.
Dei cosiddetti “nuovi mercati”, che reclamano impatti mediatici più moderni, e impongono alla Juve di togliere lo stemma ovale e disegnarne uno nuovo.
Che sembra un bidet.

Troppo in controtendenza, Cristiano Ronaldo, con la nostra visione “classica” della Juve.
Dove non è stato (né poteva essere) un Del Piero o uno Scirea: e dove non ha fatto nulla per diventare almeno un Montero, o un Mario Mandzukic.
Sarebbe bastato “abbassarsi” un po’, mostrare maggiore umiltà: ma nel calcio di CR7 è proprio quello l’ingrediente che manca… L’imperativo è staccare i piedi da terra e distinguersi dai comuni mortali, che ancora stanno a menarla con l’etica, il buonsenso e tutta quella roba demodé.
E nessuno si stupisce dell’allegra vacanza al Sestriere, mentre tutta Italia è sotto lockdown, e della fuga in Portogallo in barba alle restrizioni sanitarie internazionali. Del costante rifiuto a rilasciare anche un semplice “ciao” in lingua italiana, del baccano mediatico che si scatena quando Sarri ha la malaugurata idea di sostituirlo senza chiedergli il permesso.

Allegri ha detto che la Juve, adesso, deve ritrovare “l’equilibrio mentale”.
Non l’ha detto a caso: prima di convertirsi al culto di CR7, era la squadra (e la Società) che aveva l’equilibrio mentale più forte di tutti: e grazie a quello era la più grintosa, la più irriducibile e la più difficile da battere.
Dove il campione si metteva al servizio di un concetto di calcio quasi “provinciale”, per valorizzare lo spirito di corpo, il carattere, e il mutuo soccorso…. A Zidane ci vollero cinque anni per accorgersene. Quando lo capì, chiese di essere ceduto al Real Madrid.
CR7, di anni, ne è durati tre.
In un momento storico difficile, dove anche la vecchia Juve (che fu di Agnelli e Boniperti) ha finito per smarrire la sua riconoscibilità e il suo “equilibrio mentale”: e si è riscoperta totalmente asservita ad un singolo fuoriclasse, anche quando c’era da tirare un calcio di punizione… E la grottesca abitudine dello Stadium, che aveva preso ad urlare in coro quel ridicolo “Siuuuù”, dopo un gol.

Ma nonostante tutto questo, il Cristiano Ronaldo juventino è stata una cosa gigantesca.
Una fascinazione unica, domenica dopo domenica: quell’idea di speciale che avvertivi quando lo vedevi scendere in campo, la sensazione di qualcosa di epocale che si stava compiendo, anche nelle banalissime domeniche contro il Parma, o l’Udinese.. L’irrefrenabile euforia che straripò nei tifosi della Juve, tre anni fa, quando l’affare si andava compiendo. Con tutti quei bambini che, per l’emozione, non riuscivano a dormire la notte…. I bambini, e anche qualche genitore.

Sarà dura, adesso, scendere dalla giostra.
Vero che nessuno sa essere più “esercito” degli Juventini, quando c’è di mezzo l’orgoglio ferito, ma passare da CR7 a Moisè Kean , o a Scamacca, beh… Sicuro che ci vorrà un bello stomaco.
Ma potrebbe essere proprio quello il primo passo per tornare ad essere la Juve che ha fatto innamorare i suoi tifosi. La squadra dal carattere di ferro, piena di calciatori italiani che poi venivano buoni per la Nazionale. Il Club che non gettava i soldi dalla finestra (e quindi non pensava alla Superlega), faceva passare dal barbiere anche i campioni più celebrati ed esibiva al mondo, con fierezza, lo storico stemma ovale.

Io, fossi in loro, ripartirei proprio da quello.