FRANCO TINTISONA: ci rimane il ricordo di un grande sportivo. E a me, quello di un galantuomo. Che ha voluto onorarmi della sua amicizia.

“E noi chi siamo? Li gosi?”Franco Tintisona il suo San Quirico lo spronava così.Magari alla fine del primo tempo, quando la squadra non ingranava e i calciatori si guardavano un po’ smarriti negli spogliatoi.“Li gosi”, detto in quel suo slang “romano-reatino-ternano”, che potremmo tradurre in un indefinibile “i cosi”… E il senso era: “Noi non siamo calciatori qualunque”. E (sottinteso) adesso usciamo fuori, ed abbiamo tutto il secondo tempo per dimostrarlo. L’arrivo di Franco nel nostro calcio fu una specie di choc emozionale, ed una specie di messaggio. Foffo Mangiavacchi aveva già mosso i primi passi verso la “grandeur” ingaggiando Antonio Ravot, che aveva giocato in serie A con il Cagliari; ma fu, quello, il classico ingaggio “a gettone” per il finale.di campionato… Con il senno di poi, un vezzo, se non addirittura una “voglia cavata”.Con Franco, invece, decollò il progetto vero e proprio. Quello che avrebbe trasformato il piccolo “Sanquiriho” (come lo chiamano tuttora i suoi tifosi, aspirando ostentatamente la lettera “c”) in uno squadrone epocale; ma che senza il carisma di Tintisona non sarebbe mai arrivato là dove invece riuscì ad arrivare.Alle soglie della serie D, culminata negli spareggi di Grosseto e Siena, in stadi che fino a pochi anni prima erano semplicemente inimmaginabili.E senza di lui, forse, non ci sarebbero stati Fattori e Francini. Bonifacio e Ramerini, Ravagni e Minocci. Non ci sarebbe stato il San Quirico che conosciamo adesso: un club speciale, carico di storia e prestigio, e la casacca giallorossa, che il solo indossarla può nobilitare un’intera carriera.Franco ha allenato anche altre squadre, nella nostra zona. Con la serietà, e la passione di sempre… Ricordo di averlo visto zampettare in un campetto polveroso di provincia, nel sabato degli amatoriali Uisp: “Ah, che gran finale di carriera…” lo canzonai.“Ridi ridi… Intanto siamo primi in classifica, con cinque punti sulla seconda.”, replicò con fierezza.E lo disse sorridendo, con quell’aria da galantuomo, quale era. Una persona semplice, e perbene, che del calcio aveva una concezione “antica”: una palla che rotola, e tutto quello che gli viene dietro, in termini di emozioni e di felicità.Me ne accorsi quando lo intervistai per una trasmissione che andò in onda su Siena Tv, e dove lui volle parlare dei Mondiali del 1982… E lo fece con una grazia, ed una semplicità, più da innamorato di football, che da addetto ai lavori. La puntata andò in onda, e lui mi telefono’ tutto orgoglioso: “Ho fatto una bella figura… Ed il programma è piaciuto molto anche a mia moglie”.Una volta chiesi a Ugo Sani (che non mancava una partita di quel Sanqui) a quale musicista si potesse paragonare uno come Franco.Il Professore ci penso’ un po’ su, e se ne uscì fuori con una definizione che mi parve azzeccatissima: “Ogni volta che vedo Tintisona con la maglia giallorossa mi viene in mente una piccola banda di paese che suona in piazza… Poi, ad un certo punto, arriva Von Karajan in persona. Prende la bacchetta, si piazza sul podio, e quella banda un po’ squinternata comincia a suonare impeccabilmente le sinfonie di Mozart, e di Beethoven”Quattro anni esatti fa, il Von Karajan del nostro calcio se ne andava, vinto da uno di quei mali che non perdonano.Ci rimane il ricordo di un grande sportivo.E a me, quello di un galantuomo. Che ha voluto onorarmi della sua amicizia.

Ti sia lieve la terra.