“Da grande sarò forte e coraggioso. Come il mio babbo e come Gherdmiuller, il centravanti della Germania”, scrisse Arnaldo nel tema a scuola. E la maestra Maria si commosse a tal punto da elargire un rarissimo dieci e lode…

Le figurine erano di cartone.

Rotonde, con due aperture a semicerchio per permetterne un agevole recupero, dal fondo della coppetta nella quale era incastrata.
Bastava fare una piccola pressione con la palettina in plastica, e la figurina saltava fuori.
La “Coppa dei Campioni”.
Una roba dal nome altisonante che si era inventato la celeberrima “Motta” di Milano (quella dei panettoni) a uso e consumo degli ingenui bambini che eravamo, ma che alla fine era il classico gelatino gusto vaniglia e cioccolata. Costo 50 lire.
Per scegliere la coppetta che ci ispirava di più tenevamo aperto per un tempo interminabile il frigorifero del bar di Carnera e Rossino, in piazza.
E allora si incacchiava Noemi, perché “così mi fate fuggire tutto il freddo, e la bolletta della luce la mando alle vostre mamme”.

L’idea di collocare le figurine in un posto diverso dalle classiche bustine, e abbinarle al gelato, ci parve la trovata del secolo… Valeva la pena aver organizzato i Mondiali del ’74 solo per quello.
I più richiesti, ovviamente, i calciatori dell’Italia, che però furono eliminati quasi subito. Il “prezzemolino” di quelle strane figurine fu l’attaccante brasiliano Paulo Cesar, che dovevano averlo stampato in miliardi di esemplari e te lo ritrovavi come minimo “quintuplone” (“quintuplone” è un termine che non esiste. Lo coniammo noi, in quegli anni). L’introvabile “Pizzaballa” fu un certo Hellstroem, che però, non appartenendo ad una favorita, fu relegato in una anonima pagina “altri giocatori”, insieme a Ducoste di Haiti e a Pommerenke della Germania Est.

Poi, le protagoniste assolute di quel mondiale: la favolosa Olanda di Cruyff per la quale facevamo tutti il tifo, e un filino sotto la Polonia del portiere Tomaszewski. Che portava i capelli lunghi, e una fascetta tipo quella dei tennisti, e quindi era bravo per forza.
Però, alla fine, vinse la Germania.
E fu una vittoria di grande significato, perché fu grazie anche a quella fantastica squadra che il mondo cominciò a guardare i Tedeschi con occhi più benevoli… Più di quanto successe con Fritz Walter e i campioni di Berna ’54, che vinsero un Mondiale altrettanto storico, ma in un contesto dove le ferite della guerra erano ancora troppo fresche.

E ricordo la partita con il Cile, quando uno scontro aereo con il terribile Figueroa costrinse quel piccolo, sgraziato eppure fenomenale centrattacco a rientrare in campo con un vistoso turbante. E ci sembrò, quello, un gesto talmente eroico da meritarsi la nostra ammirazione incondizionata.

“Da grande sarò forte e coraggioso. Come il mio babbo e come Gherdmiuller, il centravanti della Germania”, scrisse Arnaldo nel tema a scuola.
E la maestra Maria si commosse a tal punto da elargire un rarissimo dieci e lode.

Ti sia lieve la terra, campione.