Per non morire, tutti, tifosi del Paris Saint-Germain.

Ognuno ha qualcosa, qualcuno, da far tornare.
Un parente, un amico, la gioventù.
Per quello si è disposti a costruire, e rischiare, qualcosa di importante; anche a costo di mettere in gioco la propria vita.

Il senso di un film come “L’uomo dei sogni” (1989), a spanne, è quello.
Un topos molto americano in quella melassa un po’ retorica del “credere ai propri sogni”, omettendo di specificare che i sogni si realizzano con il talento, ma anche con una serie di combinazioni felici e con una cospicua dose di quella che genericamente passa sotto il nome di “fortuna”.
Così, sdoganando l’idea che, basta volerlo, tutti possono diventare il centravanti della Nazionale si è fatalmente creato un esercito di gente destinata ad arricchire gli psicanalisti esperti in depressione. Che, come è noto, si organizza non più sui sensi di colpa, bensì sul concetto di competitività e di inadeguatezza.

Il film, va detto, è un affresco memorabile.
C’è un fantastico Kevin Costner, nell’interpretazione più bella della sua carriera (insieme al “Balla coi lupi” dell’anno successivo: un eccellente Ray Liotta, che a un certo punto dice “Dio, quanto mi piaceva giocare a baseball. Avrei giocato anche gratis.” E lo dice nello stesso modo come noi diremmo “Dio quanto era bella la maglietta del Cagliari di Gigi Riva” oppure “Dio, che album fu Rimmel, di Francesco De Gregori”.
C’è un Burt Lancaster addirittura monumentale, nella sua ultima interpretazione (morirà pochi anni dopo). Andrà tanto così a prendersi l’Oscar
Il film è abbastanza inverosimile, ma all’interno di una costruzione magica che cattura fin da subito: la narrazione strappa qualche lacrima, ma senza esagerare, esclusa la scena finale dove si piange parecchio, come nei grandi archetipi della mia generazione, che sono Incompreso e il Pinocchio di Comencini.

Il transfert è tutto lì: e da quel campo di granturco dove a un certo punto si materializzano i fantasmi di “Shoeless” Joe Jackson e i suoi “Chicago White Sox” del 1919, ognuno di noi ha fatto uscire chi ha voluto: il nonno, la zia, Fulvio, Yari, Pierpaolo e Serena. O il circolo Acli degli anni 80 al gran completo, dove ci sei tu, con i tuoi vent’anni, e un sacco di gente indimenticabile: gente che adesso riposa dentro il suo ideale campo di granturco, all’ombra di un fiore che sbiadisce ogni giorno di più, e ci dimentichiamo di innaffiare.

Insieme a questo, ovviamente, “L’uomo dei Sogni” richiama il senso più profondo dello sport: quando lo sport smette di essere una semplice sfida e diventa estetica, cultura e identità di un popolo.
“Pensa a cosa è stato il baseball per gli Stati Uniti d’America”, dice ad un certo punto il protagonista… Elevandolo ad elemento fondante di una società, né più né meno dei precetti della Bibbia, della Costituzione e l’idea tutta americana della cosiddetta “Nuova Frontiera”.
Il baseball come ispirazione nella vita di tutti i giorni; lo stesso valore che ha il rugby in Nuova Zelanda (o in Galles), la corsa in Kenya o il “futebol” in Brasile. Cose che ci rimangono attaccate fin da piccoli, e ci offrono continuamente spunti interessanti… Ricordo la storia, commovente, di quel bambino finlandese, che era poliomelitico ma voleva essere Paavo Nurmi: il grande olimpionico che vinse nove medaglie d’oro nel mezzofondo.

Stanotte, il campo che ha ispirato “L’uomo dei Sogni” ospiterà una partita vera: New York Yankees contro Chicago White Sox, che nel baseball americano equivale ad un Real Madrid-Barcellona in Champions League.
È, questa, un’idea che mi ha lasciato senza fiato: “americanata” quanto volete, lo sport vive di sogni e di fantasie, e saper miscelare questi ingredienti è la chiave per arrivare al cuore del pubblico.
Un pubblico pagante, ovviamente.
Ma che paga più volentieri quando vede che certe tradizioni (e le emozioni che una tradizione si porta dietro) hanno ancora una loro centralità… Come il museo del Grande Torino, con l’elica dell’aereo che si schiantò a Superga, o il mausoleo di Fausto e Serse Coppi, nella piazzetta di Castellania.
O il campo di granturco dell’Iowa, dove si immagina che riposino i campioni dei Chicago White Sox del ’19.

Per non morire, tutti, tifosi del Paris Saint-Germain.