Ritornarci trent’anni dopo, e piangerci di felicità in un abbraccio che ha emozionato il mondo intero, ci conferma quale potenza narrativa possa avere il calcio.

Non c’è bisogno di commentare troppo alcune immagini.
Lo fanno da sole, e a volte sarebbe bene non commentarle affatto, aggiungendovi parole che non hanno nessun effetto, se non sciuparne la spontaneità, o la semplicità dei gesti che contengono.

Ognuno di noi ha impresso una data dove è diventato grande: “Andammo a giocare al parco tutti insieme, come avevamo sempre fatto. Senza sapere che, quella, sarebbe stata l’ultima volta”.
Per Vialli e Mancini quella data fu il 20 maggio 1992, a Wembley, dove si chiuse definitivamente la favola della Sampdoria di Paolo Mantovani… Ritornarci trent’anni dopo, e piangerci di felicità in un abbraccio che ha emozionato il mondo intero, ci conferma quale potenza narrativa possa avere il calcio.

Mancini era un calciatore di talento, capriccioso e un po’ antipatico; Vialli, una specie di eterno incompiuto, bravino ma da non prendersi troppo sul serio.
Trent’anni anni dopo si sono ritrovati nello stesso posto, ed hanno saputo riscattare quella lontana, sanguinosa sconfitta: tracciando una scia luminosa che racconta una storia che parla di pallone, ma non solo di quello.
Di Vialli, conosciamo il motivo, purtroppo. Mancini, perché ha saputo rappresentare alla perfezione la nostra parte migliore; l’Italia seria, pulita, capace e perbene… Quella che vorremmo sempre vedere.
Eravamo rimasti, con Mancini, al ciuffo tinto alla delicata pashmina intorno al collo e a Sarri, che al termine di un tumultuoso Napoli-Inter gli dette platealmente del frocio.
“Se gli uomini fossero come te – gli rispose senza fare una piega – sarei orgoglioso di essere un frocio”.

Rileggendola adesso, col senno di poi, è una risposta che ci dice molto sul Mancini attuale, e sulla sua trasformazione. Fu una risposta di classe, e senza alcuna retorica: più efficace degli inginocchiamenti e delle bandiere arcobaleno che di retorica, talvolta, ne abbondano.
Il Mancini di trent’anni fa non avrebbe abbracciato Vialli, piangendo a dirotto. Il Mancini di adesso, invece, esce da questi Europei da assoluto trionfatore, come sportivo e come uomo; la gente lo ha avvertito come il protagonista più autentico e più carismatico, forse più degli stessi calciatori.
E per trovare qualcosa di simile bisogna tornare al Bearzot del 1982.

Mi è dispiaciuto per Southgate, che ha sbagliato formazione e cambi, ma rimane un uomo di prim’ordine.
Meno per i suoi calciatori, e per il disprezzo palese che hanno dimostrato per la medaglia d’argento… Proprio loro, che si vantano di aver inventato il fairplay.
L’ho trovato di cattivissimo gusto, soprattutto dopo aver trascorso il pomeriggio ad applaudire Matteo Berrettini, ma d’altronde abbiamo imparato a conoscere i nostri polli: Gianni Brera diceva che nessuno sa essere carogna come gli Inglesi, quando debbono consolarsi di una sconfitta.

Southgate è stato il primo (e forse l’unico) a stringere la mano a Mancini.
E a me è tornata in mente la storia di Jermaine Defoe, centravanti del Sunderland; che non era un asso, ma tutti i lunedì faceva perdere le sue tracce per dedicarsi ad un piccolo tifoso di cinque anni, affetto da una grave forma di leucemia.
Southgate lo venne a sapere, e volle premiarlo con la convocazione in Nazionale: contro la Lituania, a Wembley, dove fu accompagnato a centrocampo da quel bambino, e dove segnò anche il gol. Perché il Dio degli attaccanti, a volte, sa essere anche giusto.

Pensavo anche a questo, ieri sera, mentre Caressa prorompeva nel suo “grazie Dio, che ci hai dato il calcio”.
E mentre i clacson della gente impazzita di gioia, intorno a me, accompagnavano un dolcissimo rientro a casa.