Vialli e Mancini:Il loro abbraccio dopo la vittoria con l’Austria è stato commovente. Forse l’ immagine più bella che ci abbia regalato l’Italia

Non era mai stato così popolare come adesso, il “mio” Luca Vialli.

Nemmeno alla vigilia del mondiale 1990, quello delle “Notti magiche”, quando la Nazionale di Vicini era la beniamina di tutti, e lui ne era il simbolo più coccolato: fino all’arrivo di Totò Schillaci che si prese tutta la scena, e poi Caniggia, Maradona, il portiere Goycotchea e sappiamo come andò a finire.
Doveva essere la sua consacrazione definitiva, e si trasformò in un incubo… Per lui, per Zenga, per Vicini e per tutti noi, che fu come risvegliarsi con il voltastomaco dopo la sbornia del sabato sera.
Ricordo la delusione di quei giorni: non toccai la Gazzetta dello Sport per più di un mese.

Adesso, Vialli è tornato simpatico.
Perché la gente sarà fanatica quanto si vuole, però capisce anche quando è il momento di fermarsi, soprattutto di fronte a certe cose… Ed ognuno di noi ha un parente, un amico, un semplice collega di lavoro che per quell’inferno lì c’è passato. E si assiste, disarmati, agli occhi che si infossano, al viso che si scava e alla chemio che ti ingrigisce la pelle e ti devasta i capelli: si piange per la loro sofferenza, si prega per un miracolo.

E avrei mille cose da raccontare sul Vialli calciatore, e mi prende un po’ di malinconia pensando che siamo ormai vicini ai sessanta, e io me lo ricordo quasi mingherlino, riccioluto e blucerchiato, prima ancora del “cyborg” che alza, da Capitano della Juve, la Coppa dei Campioni nel cielo di Roma.
E allora ripenso alla doppietta di Goteborg, al gol al Lecce che ci dà lo scudetto, alla rovesciata con l’Empoli e a quel gol sbagliato proprio a Wembley, ventinove anni fa, con Zubizzareta ormai battuto… La “rosa che non colsi” e che, tuttavia, gli perdonammo subito perché i tifosi delle squadre come la Sampdoria sono gente buffa, e se sai ricambiarli non smettono più di volerti bene: lo vogliono a Maraschi e a Loris Boni, a Flachi e a Nicola Pozzi… Figuriamoci se non lo vogliono a Luca Vialli.

Oppure, ripensare a quell’anonimo gol al Pisa, in una domenica qualunque… Il regalo di Mancini, il suo gemello, che con quell’assist seppe tirarlo fuori dal pozzo nero nel quale stava sprofondando.
Non era, Mancini, l’uomo saggio, tranquillo e carismatico che vediamo adesso… Era, piuttosto, un campione dal grande talento, ma capriccioso. Fantastico e incazzoso, scostante e ingestibile.
Il loro abbraccio dopo la vittoria con l’Austria è stato commovente: forse l’ immagine più bella che ci abbia regalato l’Italia da quando cerchiamo di uscire dall’incubo del Covid-19.
Perché più che un abbraccio è un simbolo, e un’ispirazione. Ci insegna che sugli amici si può contare sempre, anche dopo trent’anni, e grazie ad essi si possono superare le difficoltà.

“Il cancro è una bestia che non si sconfigge… – ha detto recentemente- … E se uno riesce ad uscirne, deve dire che è stato fortunato, e gli è andata bene. Per rispetto dei tanti che hanno combattuto come leoni fino all’ultimo, e non ce l’hanno fatta.”
E allora ripenso a Fulvio, a Jari e a Primetta,
e a come si possa essere orgogliosi del tuo campione preferito; anche se ha quasi sessant’anni, e non segna più i gol su rovesciata, sotto l’incrocio dei pali.

Buon compleanno, Luca Vialli.