Sheva mi ha emozionato ugualmente: e vederlo festeggiare con Tassotti (invecchiato pure lui, ahimè) è stato molto bello…

È un po’ ingrassato, Sheva.
Più che ingrassato, “rimporcellito”, come diceva il povero Otello, che aveva un aggettivo per tutti.
E per “rimporcellito” intendeva quello status fisico che si raggiunge nell’età di mezzo, quando si perdono gli spigoli ossuti della gioventù, e si tende a dilatare i lineamenti.
Però, rimporcellito o meno, mi ha emozionato ugualmente: e vederlo festeggiare con Tassotti (invecchiato pure lui, ahimè) è stato molto bello… Se l’Italia non dovesse farcela, farò il tifo per loro.

Sheva arrivò con l’aureola del campioncino nel ’99, quando la Serie A era l’Eldorado del calcio: da Kiev, svezzato da quel Lobanovski che lo prendeva a scapaccioni quando lo beccava a fumare di nascosto negli spogliatoi.
In quel laboratorio di piccoli fenomeni, capaci di grandi imprese (memorabile una lezione impartita al Barcellona di Van Gaal) svettavano lui e un certo Rebrov: che era il suo alter ego, ma che ebbe poca fortuna al Tottenham, perché gli Slavi, per certe cose, assomigliano ai Brasiliani… O bene bene, o male male: come il Mickailichenko della Sampdoria, che gli altri andavano a spassarsela e lui passava le serate a piangere, ascoltando ballate cosacche.

Portare Shevchenko in rossonero, fu il classico colpo da maestri.
Di quei colpi che il vecchio Milan metteva spesso a segno, facilitato da un prestigio altissimo e da una concorrenza molto meno spietata di adesso… Furono, probabilmente, i 31 miliardi (c’erano ancora le lire) meglio spesi di quegli anni beati.
L’ambiente ne fu subito conquistato: dalla faccia pulita e da un candore molto prossimo ad Alice che sbarca nel paese delle meraviglie.
A cominciare dallo stordimento che gli procurarono i centri commerciali di Milano, dai quali usciva con carrelli pieni di salumi e formaggini, detersivi e bibite gassate; con lo stesso entusiasmo di una badante ucraina che può finalmente permettersi un po’ di consumismo.
“Ragazzo educatissimo” disse un ammirato Berlusconi. Costacurta rincaro’ la dose: “Il suo italiano, dopo tre mesi, è migliore di quello di Gattuso”,

Poi, arrivarono anche i gol.
Che furono tanti, belli e soprattutto significativi; perché Sheva era un grande cacciatore, e le sue vittime preferite non erano l’Ascoli o il Catanzaro, bensì la Juve e soprattutto l’Inter, al quale inflisse colpi durissimi. Gli stessi che Materazzi cercava di restituirgli, con interventi quasi da codice penale… E siccome anche i gol hanno un loro peso specifico, quella maglia numero sette entrò di prepotenza nei cori della tifoseria.
Il sette.
Mai il dieci, che vestiva nella sua Dinamo ma che al Milan trovò già occupato. Da un certo Boban, perché all’epoca giravano quei personaggi lì.

127 reti in poco più di duecento partite. Scudetto, Coppa Italia, Supercoppe, Champions League.
Numeri da protagonista assoluto. E (almeno per me) la convinzione di aver a che fare con uno dei primi tre attaccanti più bravi visti in Italia negli ultimi trent’anni.
Aveva l’eleganza di un levriero e la scaltrezza di una volpe; era potente, veloce e sapeva tirare anche le punizioni. Van Basten, complessivamente, era più extraterrestre di lui, però aveva quel limite lì: mentre Sheva faceva percorso netto, e ci contavi sempre… Perché di turn over, nel suo caso, non se ne parlava.

Poi se ne andò al Chelsea, salutando uno spogliatoio che la drammatica finale di Istanbul aveva compromesso in maniera irrimediabile
Fortemente voluto dal paesano Abramovich, che gli voleva un gran bene, ma non da Josè Mourinho, che di bene non gliene dimostro’ punto: e infatti non ebbe fortuna, perché Mou voleva assaltatori “usi a obbedir tacendo, e tacendo morir”, come gli Alpini della Julia. E di uno Sheva pieno di medaglie e di pennacchi, non sapeva che farsene.
E lì finì, praticamente, la sua carriera.
Prima di un mesto e inutile ritorno al Milan, buono giusto per Gloria Swanson, e i fan di quel gran film che fu “Viale del tramonto”.

Ma anche se non è più un levriero, non toccatemi Sheva, calciatore favoloso.
“Da Milan”, come si diceva all’epoca.
Di lui mi piaceva tutto, persino i cori che gli dedicava la curva.

“ Non è Brasiliano, però….”