Chiudendo il libro di Paolo, ho riflettuto come questo tipo di letteratura non abbia la facoltà di insegnare la tecnica del piantare…. Però ci invoglia, quantomeno, a gettare un seme per terra.

Chi si somiglia si piglia, e ammetto che con Paolo Valenti ci siamo presi subito.

Il suo libro (“Da Parigi a Londra” ed. UltraSport) mi ha tenuto compagnia per tutta la fase iniziale dei campionati Europei. Ne è stato una specie di accompagnamento, soprattutto serale: il controcanto di una gradevole orchestrina.

Paolo è una bella e pulita persona, conosciuta nelle trasmissioni di Antonella Biscardi.
Appartiene alle “salamandre letterarie”: quei giornalisti-scrittori che hanno un po’ dell’anfibio e un po’ del rettile e si trovano a meraviglia dappertutto, soprattutto nella terra di nessuno che sta tra la “storia” e lo “storytelling”…
Laddove per storia si intendono i fatti e per storytelling (dicono gli Americani, che l’hanno inventato) tutto il resto che ci gira intorno.
Il baricentro del bel volume di Paolo oscilla, ora di qua, ora di là.. Indugia, e non decide da quale parte stare, ma l’ho trovato affascinante anche in questo.

La “storia” e lo “storytelling”, dunque, che sono i due architravi sui quali poggia la struttura del libro, che è diviso in comodi paragrafi e corredato da foto, che invece non mi hanno convinto.
Da una parte il razionale della “storia”, che sono i fatti come sono accaduti: dall’altra l’irrazionale dello “storytelling”, che è il modo come si decide di raccontarli, e che chiama in causa la differenza tra il sapere e l’immaginare… A scuola, la differenza che passa tra l’istruzione e la “fascinazione”, tra “illuminare” e “scaldare”. Tra conoscere un argomento, o rimanerne soggiogati.

“Quando in un paese non si piantano alberi, siamo arrivati alla fine” disse un mio povero amico, riferendosi a quella massa indistinta di gente che non conosce più il senso delle radici (il passato), e non contempla lo slancio verso l’alto (il futuro).
Ecco: chiudendo il libro di Paolo sull’ultima pagina, ho riflettuto come questo tipo di letteratura non abbia la facoltà di insegnare la tecnica del piantare un , e poi innestarlo e poi tutto il resto… Però ci invoglia, quantomeno, a gettare un seme per terra: nella speranza che la natura faccia il suo corso, e protegga quel seme. Lo curi, lo innaffi e alla fine lo faccia germogliare.

Chi, invece, qualche albero in vita sua l’ha piantato, riconosce in quegli innocui episodi sportivi la capacita’ di legare il tempo (il cucchiaio di Panenka e quello di Totti), di imprigionarlo (la maglia rossa dell’Unione Sovietica con la scritta CCCP), di farne leggenda (la Danimarca del 92.)
Gente indimenticabile, come il Platini dell’84, il Van Basten dell’88, il Gascoigne del ’96. Gente dimenticata, o quasi: come Dieter Muller, Oleg Protassov, o Savo Milosevic, dei quali avevi perso la memoria.
Edizioni che legano il loro ricordo a qualcosa di particolare: una fidanzatina, una vacanza al mare, o un esame di maturità… L’idea, comunque, di gente frugale: senza maxischermi, né serate-evento, e disposta a veder finire tutto nel giro di una settimana, due al massimo. Mentre questi giocano ininterrottamente da venti giorni, ed hanno giusto buttato la Scozia, e la Finlandia.

E nonostante appartenga (come Paolo, modestamente) alla categoria di quelli che gli alberi lì piantano, riconosco che è più divertente adesso.
“Da Parigi a Londra” (ed.UltraSport, 2021) serve a farcelo ammettere.