Se n’è andato anche lui.”Tarciroccia”.Cinquant’anni esatti dopo Armando Picchi

Avevamo due spacci alimentari, in paese.

Due “cooperative”. Una “rossa” e una “bianca”, perché il mondo era quello: e non si facevano mai prendere in castagna, perché ci trovavi indifferentemente i fagioli e le stringhe. I quaderni per la scuola e i fischiotti per la pasta a burro.
A noi piacevano entrambe le cooperative, senza distinzione di colore: e d’altronde le botteghe avevano parecchio più fascino, una volta. Gli ipermercati hanno banalizzato la merce e la persona che te la vende, mentre la cooperativa di Spartaco, per esempio, era un tripudio. Ed aveva anche le palline di chewing gum, coloratissime, dentro quell’arnese a forma di cono che con dieci lire ne scendevano tre.
E poi c’era Bice, la moglie. Che andava ad aiutarlo alla cassa, e sorrideva sempre.

Anche la Cooperativa di Memmo ci stava parecchio simpatica.
Anzi, forse ci piaceva persino di più perché Spartaco era un uomo serioso, e leggermente più arcigno, e Memmo invece era uno sportivo, che teneva nel banco della sua bottega le fotografie dei calciatori.
Era un calcio, il nostro, fatto di figure e quasi mai di immagini televisive; giornalini, album Panini e soprattutto fotografie, che i più grandi arrivavano addirittura a custodire nel portafogli. Insieme, spesso, quei calendarietti con le partite del campionato che ogni tanto estraevano solennemente: “vediamo con chi gioca la Fiorentina, domenica”.

Era un personaggio portentoso, Memmo della Cooperativa.
Punto di riferimento insostituibile per almeno due generazioni di ragazzi che grazie a lui diventavano Interisti persi. A lui, e alle foto che esibiva nel bancone, davanti al bossolo delle acciughe e alle forme di cacio: Angelillo Veleno Lorenzi, Nyers o Skoglund.
Perché il bello di personaggi come Memmo era che il passato era sempre meglio nel presente, e i campioni di prima non li battevi… Come il Papino, che poteva scendere in terra Gesù Cristo in persona, ma non avrebbe fatto la riuscita di Schiaffino.
Il Papino, e il povero Gabriello, che era zoppo, e ai quali si deve una generazione intera di milanisti. Giorgio (il barbiere) che era il riferimento per quelli della Juve, Fiacca e Paiola per la Fiorentina.
Che d’estate arrivavano i rinforzi, perché scendevano a passare le vacanze in paese tutti quelli che erano andati a lavorare a Firenze: Pippo e Nanni Chiappella, il Focardi e l’Americano.
Ed erano così tanti da poter fare la voce grossa, e spropositavano addirittura di poter vincere lo Scudetto. Con Desolati, Gola e Zuccheri.

Ora, non so perché vi ho raccontato questa storia un po’ così.
Forse perché stanotte è morto Burgnich. E Burgnich era uno di quei tempi lì… Era un grande difensore e, soprattutto, un uomo serio, di quelli che ci potevi contare. Con, in più, una scarsa propensione alla risata, che in un mondo serioso come quello era una caratteristica molto apprezzata.

Nei miei ricordi di bambino, quando imparavamo il calcio con Memmo, c’è spazio anche per quella fotografia vista centomila volte nella sua Cooperativa; con Burgnich, in volo, e sotto di lui Pascutti del Bologna.
Che gli ruba il tempo, e va a segnare il gol.
Proprio come fece Pelé a Città del Messico, in un’altra fotografia molto nota. E dove Burgnich fa (anche lì) la figura di quello che viene fregato.

Se n’è andato anche lui.
“Tarciroccia”.
Cinquant’anni esatti dopo Armando Picchi: che fu il suo Capitano nella Grande Inter, e gli sportivi del mio paese piantarono degli alberi intorno al camposportivo, per ricordarlo.
Spero proprio che lo abbia riabbracciato. Insieme a Sarti e a Facchetti: a Peiro’ e a Corso.

E a Memmo della Cooperativa, ovviamente.