Molte volte, anche una cosa bella come il cielo può avere qualche cosa di infernale. E io sono d’accordo con lui. Ciao Franco.

Battiato capitò in un momentaccio.
Primavera-estate del 1982, per chi se lo ricorda. Quando (ehm ehm) le canzonette erano passate in secondo piano, e noi eravamo un pò distratti da altre faccende.

Eppure, fece ugualmente il botto: e tutti a cantare, con furore, “sul ponte sventola bandiera bianca” e “Cuccurucucù Paloma” Con lo stesso fervore di quando, qualche anno prima, si cantava “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla e “Seconda stella a destra, questo è il cammino” di Bennato.
La musica si ascoltava in quei radioregistratori che faceva figo portarsi sulla spalla, con le maniche della maglietta “Fruit” arrotolate fino alle ascelle e (chi poteva) il pacchetto di Marlboro sopra la scapola. Andavano forte le Radio libere e i programmi di dediche: “da Marco a Cristina dicendo ci vediamo domenica all’Apogeo”.
E mettendo mezza Valdichiana al corrente delle proprie intenzioni.

Era, quella, la stagione d’oro dei “cantautori”, ma Battiato lo percepimmo subito come una novità assoluta. I sette pezzi che componevano “La Voce del Padrone” erano tutti particolari e originalissimi, e quell’irresistibile, criptico nonsense ci conquistò all’istante: gli occhiali da sole “per avere più carisma è sintomatico mistero” o anche “a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata” erano una specie di irriverente manifesto ideologico. “Cosa sarebbe lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco?” chiedemmo al professore di filosofia.
Che annaspò parecchio.

Conoscevamo Battiato per quel disco d’esordio con un titolo che era tutto un programma (“L’era del cinghiale bianco”) , ma con “La Voce del Padrone” del 1982 realizzò un “longplaying” epocale; capace di polverizzare il milione di copie vendute e di mettere in fila, nelle hit parade, Julio Iglesias , Baglioni e “Il Tempo delle Mele”. Miguel Bosè e i tormentoni estivi “Paradise” e “Der Kommissar” , perché l’energia di quei sette pezzi non la batteva nessuno.
Potenza di quei dischi ispiratissimi ai quali non sempre gli artisti sapevano, poi, dare un seguito: come Venditti che dopo “Sotto il segno dei Pesci” è stata tutta discesa, o De Gregori che non ha più trovato, se non saltuariamente, le suggestioni di “Rimmel”.
Anche per Battiato, forse, quel lontano disco dell’82 è stato lo zenit insuperato della sua produzione, nonostante abbia poi disseminato il suo cammino di perle favolose: come “La Cura”, che rientra di diritto fra le prime dieci canzoni italiane di tutti i tempi.

L’ho apprezzato nei grandi, suggestivi concerti con le grandi orchestre internazionali, e in luoghi esclusivi (memorabile quello, al tramonto, all’Abbazia di San Galgano). L’influenza di un filosofo come Manlio Sgalambro e la collaborazione con la cantante Alice, in duetti che avevano un crisma raffinatissimo e non scendevano mai sotto il crinale della banalità… Nemmeno quando si trattava di scrivere versi un po’ così, tipo “Un giorno sulla Prospettiva Nevski per caso vi incontrai Igor Stravinsky”… Che era il modo di scrivere “sole, cuore, amore” in una maniera più sofisticata: alla Battiato, per l’appunto.

È morto “senza accorgersene”, hanno detto i familiari.
Ne sono felice.
Morire senza accorgersene, e magari senza sofferenza, è una delle fortune più sfacciate che possano capitare ad un uomo.
Nel suo caso, quel “senza accorgersene” pare possa riferirsi anche all’Alzheimer, che gli aveva compromesso gli ultimi anni di vita.
Uno scherzo del destino non da poco, per un intellettuale che nella sua vita aveva fatto della vivacità e dell’originalita’ il suo tratto distintivo.

D’altronde, il cielo, disse in una canzone, non è sempre limpido e regale, come vorrebbe farci credere qualche ingenuo poeta. Molte volte, anche una cosa bella come il cielo può avere qualche cosa di infernale.
E io sono d’accordo con lui.

Ti sia lieve la terra.