E quella si che sarebbe una roba da Special One. Buon lavoro, Mourinho!

Sono troppo affezionato a Mourinho, per parlarne male. Anche se, ormai, non ne azzecca più una da tempo.Mi divertii a scrivere una storia, anni fa, che lo vedeva protagonista; dove entrava la casualità che governa il mondo e le “sliding doors” che caratterizzano i nostri giorni. Il plot riguardava una ragazza di provincia, che proprio nell’anno storico dell’Inter viveva il cortocircuito decisivo della sua vita. Una famosa attrice lesse il libro è mi invio’ un’email carinissima: “Ogni donna – scrisse – avrebbe diritto ad una storia come quella di Cosetta” .Poi, quell’incantesimo finì.E finì proprio nella magica notte del Bernabeu, che rappresenta indiscutibilmente il momento più alto della sua carriera; lì, la carrozza ritornò una zucca… E zucca è rimasta, nonostante il Real Madrid lo abbia riempito di soldi. E poi il Chelsea, il Manchester e il Tottenham, perché sotto un certo livello, lo Special non scende.Ma il Mourinho dell’Inter fu davvero qualcosa di magico, e di irripetibile. “Non sono un pirla” disse alla prima conferenza stampa, mandando in tilt i giornalisti, abituati a Mazzarri, che quando perdeva dava la colpa al vento. Ieri ha postato un “Daje Roma” che è già un programma. E paraculaggine pura, ovviamente… Che se fosse finito alla Samp avrebbe scritto “Belin” (o “Alo’ se lo avesse ingaggiato il Tegoleto), ma comunque preferibile a Cristiano Ronaldo, che dopo tre anni in Italia rilascia interviste in inglese, o in spagnolo.Il Triplete, alla fine, fu solo la logica conseguenza di quella combinazione. Come quei film dove lui e lei si incontrano casualmente sul tram, ma sai già che vivranno felici e contenti: o come quella famosa teoria secondo la quale il caso non esiste… Esiste, invece, la volontà degli uomini: che più o meno scientemente concentra le sue forze in una direzione, fino ad avverare un sogno. Convincendoci che è successo tutto a nostra insaputa.Adesso lo attende un compito pesante.Perché i tifosi della Roma non sono i tifosi dell’Inter, dove tra l’altro aveva, alle spalle, una proprietà inattaccabile come quella dei Moratti.Perché Roma ha quel disincanto, e cinismo, così ben raccontato ne “La Grande Bellezza” che rende la vita difficile a chi sta sotto i riflettori. E poi perché ci sono almeno venti radio private dove la “Maggica-non-si-discute-si-ama”, ma poi ognuno vanga il suo orticello. Fatto di polemiche giornaliere e ascolti selvaggi, da esibire a idraulici e carrozzieri che debbono metterci la pubblicità.Infine, il problema numero uno: il salto di qualità auspicato ai tempi della famiglia Sensi (che per poco non ci rizza le gambe) non è mai avvenuto: e per introiti, appeal, merchandising e tutte quelle robe lì, l’As Roma è ancora un Club di periferia.Che fattura la metà della metà dei cosiddetti “Top Team”; e quando hanno deciso di organizzare la famosa Eurolega non è stata nemmeno presa in considerazione… Mentre hanno invitato la seconda squadra di Madrid, il Dortmund (che ha meno abitanti di Palermo) e il Tottenham, che rappresenta un quartiere di Londra.Ma forse, Mou l’hanno chiamato proprio per quello.Ed il suo arrivo prelude, magari, alla costruzione di una politica nuova: che contempla lo stadio di proprietà, un’impostazione societaria seria e lungimirante e manager illuminati capaci di realizzarla. La valorizzazione di un settore giovanile potenzialmente tra i migliori del mondo, istruttori di alto livello e l’emarginazione della frangia più politicizzata, e violenta, della tifoseria.E quella si che sarebbe una roba da Special One.

Buon lavoro, José.