Con noi, fu strepitoso. Avrei diecimila aneddoti sullo zio Vujadin.

RICCARDO LORENZETTI

Era uno zingaro simpatico, lo zio Vujadin.
Bastava guardarlo negli occhi, che erano due piccole fessure. Due fessure vivacissime e soprattutto furbe. Quando andai a chiedergli l’autografo, quegli occhietti furono la cosa che più mi incuriosirono.
E poi sapeva stare al mondo. Aveva girato l’Europa e parlava almeno cinque lingue. Fossi nei familiari, lo seppellirei a Genova, dove tutti gli vogliono bene. O a Napoli, dove starebbe benissimo.

Perché Boskov era uno jugoslavo per caso: in realtà era un Napoletano, senza sapere di esserlo.
Vale la pena ricordare un aneddoto di quando a Napoli ci andò ad allenare, quasi in chiusura di carriera, a metà degli anni 90. Ci trovò un presidente, un tale Moxedano, che gli stava cedendo tutti i pezzi migliori, e una squadra che faceva onestamente ribrezzo. Dopo cinque giornate era penultimo, e i tifosi cominciarono seriamente a preoccuparsi: “Weh, Mister… Non è che retrocediamo?”.
Lui scrollò…

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