SuperLega: questo calcio, ormai, non ha più nulla da spartire con la gente comune.

Questo calcio, ormai, non ha più nulla da spartire con la gente comune.

E se questo va bene alle “nuove generazioni” o ai “nuovi mercati”, non va più bene a me.
Che nuovo non sono, e trovo ripugnanti (in un momento come questo) i trentuno milioni annui che danno a Cristiano Ronaldo, i dodici che chiede Donnarumma e i venti che incasserà il suo Procuratore per mettere due firme.
Ma le SuperLeague si fanno per questo, mica per altro: perché il Barcellona è arrivato a un miliardo e quattro di debito, e allora bisogna ” raschiare il bossolo”, che era la variante paesana del più elegante “grattare il fondo del barile”. E che adesso chiamano “nuova frontiera del business”.
Il covid ha fatto precipitare le cose, ma ci saremmo arrivati lo stesso. Perché l’idea di una “SuperLega” non è roba nuova: pensate che ne parlò per primo Berlusconi, lungimirante come sempre, almeno trentacinque anni fa.

Personalmente, dico che ho digerito i tre punti per vittoria, le regole più severe sui cartellini, il passaggio all’indietro, le mille modifiche al fuorigioco, i minuti di recupero segnalati con la lavagna, le seconde e le terze maglie, la tessera del tifoso, il calendario spezzatino e qualcosa me la sono fatto persino piacere.
Poi è arrivata la Var, e lì ho capito che il “mio” calcio era ormai mutato genericamente, e aveva imboccato un’altra direzione: l’ultima partita vista dal vivo fu un Torino-Fiorentina, con una sensazione sgradevolissima.
Ricordo solo che ci furono tre rigori, e uno lo fecero battere due volte. E che uscii dallo stadio senza averci capito nulla.

Gianni Mura disse una volta che tutta la serie di finali NBA non valeva gli ultimi 200 metri della Milano Sanremo.
Era la provocazione di un intellettuale: così profondamente legato ad una tradizione da rivendicarla con forza, a costo di una smargiassata.
Perché il mondo va avanti, e bisogna stare al passo, ma attenti a copiare proprio gli Americani: il loro concetto di sport è plastificato, e modellato su un’idea di spettacolo a tutti i costi che da noi è una moneta non sempre spendibile.

Ricordo un Sampdoria-Verona dove passammo subito in vantaggio, e tutta la gradinata che al decimo minuto già guardava ripetutamente l’orologio e di chiedeva cosa aspettasse quel cornutaccio di arbitro a fischiare la fine.
E ricordo anche un New Jersey-Atlanta, valevole per la regular season della stagione NBA, 2003-2004: luci, musica, fuochi artificiali, hamburger, hot dog e nessuno che dimostrasse il minimo coinvolgimento verso quello che succedeva in campo.
Fino all’intervallo, quando finalmente arrivò la mascotte vestita da coniglio, seguita da alcune cheerleaders che ballavano una canzone di Michael Jackson.
E si scatenò il finimondo.

In Inghilterra hanno tolto la working-class dagli stadi: e l’hanno rimpiazzata con i Cinesi, i Russi e gli Indonesiani che arrivano a Old Trafford e si fanno i selfie con le dita che indicano la vittoria, e le boccucce a culo di gallina.
Sono loro i “nuovi mercati”, e la “nuova frontiera” del tifo: tariffa all-inclusive volo-hotel-tour stadio e museo-partita in box riservato-servito di bicchieri con la faccia di De Bruyne (o di Salah).
E pensare che erano proprio gli Inglesi ad averci insegnato che a Firenze si tifa la Fiorentina, in Friuli si tiene l’Udinese (o la Triestina), a Sinalunga la Sinalunghese, a Bettolle la Tempora e se due volte all’anno ci scappa qualche schiaffo, pazienza.

Quando i miei bambini, a scuola, mi chiedono quale squadra tenga, tendo ormai a rispondere, d’istinto: “l’Olanda del 74”.
Che è una risposta un po’ cagasotto ma rende l’idea di quale sia il mio personale sentimento rispetto al calcio attuale.
Del quale, infatti, mi interesso sempre di meno. Mentre scrivo volentieri, se stuzzicato, di Gigi Riva. Che ai suoi tempi passava per un uomo ricco, pur guadagnando la ventesima parte, in proporzione, di quello che guadagna adesso Alexis Sanchez. O Rabiot.
E scrivo volentieri anche di Trevor Francis, il mio amato “striker”: centravanti del Nottingham Forest che batteva (a fatica) la Dynamo Berlino in un campo che sembrava l’Armando Picchi di Petroio.

Ho tuttavia l’impressione che, nella frenesia da SuperLega, la Juve (e l’Inter e il Milan) stiano sottovalutando un particolare… E cioè che devono tutta la loro popolarità al fatto di aver battuto, in cento anni e passa, il Palermo e la Fiorentina. Il Bologna e il Genoa.
E che andare in Europa, e farci la figura di un Chievo o di un Sassuolo potrebbe rivelarsi un boomerang.
Perché i “nuovi mercati” sono una fornace insaziabile: esigono prestazioni, spettacolo, campioni e vittorie, e noi corriamo il serio rischio, tra una decina d’anni, di vedere un’Italia calcisticamente desertificata; con le medio-piccole sparite del tutto, e le “nuove generazioni” di tifosi che hanno preso definitivamente la strada del Real, del Barcellona o del Manchester United.

E allora, varrà la pena tirare fuori per l’ultima volta dall’armadio una logora bandierina della Sampdoria, o del Torino, o della Fiorentina.

E sventolarla con orgoglio.
Accompagnandola, possibilmente, con una pernacchia.

8