E carezza la statua di Fausto… Ci parla, e alla fine la bacia. Teneramente.Ed è una scena forte, e dolce allo stesso tempo.Di quelle che ti prendono l’anima, e te la strattonano al muro.

Se n’è andato anche Valerio.
Valeriano Falsini da Reggello, che fu gregario di Coppi nel 51, pensa te.
Lo chiamavano “I’ppentolaio”, ed in Valdarno era una specie di istituzione: in quelle terre dove la bicicletta è ancora un oggetto di culto, ed esistono ancora le società sportive ciclistiche che altrove hanno chiuso i battenti da almeno trent’anni.

Gli dedicarono addirittura un film-documentario, a Valeriano, e io ospitai in tv Igor Biddau e Patrizio Bonciani, che ne erano i registi.
Un film assolutamente ben fatto, con un bel dispendio di mezzi, attori professionisti, automobili d’epoca e tutto il resto… Dove uscì fuori, prepotente, quella passione totale che è tipica del ciclismo, e della sua epopea.
Una passione assoluta, in grado di fregare persino la morte: “Arriverà la mia ora, ma io non tremero’… -mi disse sorridendo Ivo Faltoni- Perché quello sarà il giorno che tornerò, finalmente, a riabbracciare Fausto e Gino.”

Per quelle generazioni lì, che adesso hanno novanta anni e più, Fausto e Gino erano il sole.
Niente di paragonabile a Cristiano Ronaldo, a Neymar e agli assi della NBA, che sembrano di plastica.
Bartali andava spesso a far visita a Primo Volpi, e potevi incontrarlo al tavolo di una modesta trattoria, a Gallina, che tirava tardi con gli amici, tra due fette di prosciutto, uno spicchio di cacio e un bicchiere di vino.
Coppi si era fatto due anni in un campo di concentramento in Tunisia, insieme a Dino Benvenuti, mio compaesano… Che andò a vederlo, quando a Foiano organizzarono una riunione su pista nel ’49, e Coppi aveva appena vinto Giro e Tour ed era un Dio. E Dino era un operaio della fornace, ed era convinto che nemmeno lo avrebbe riconosciuto.
E invece lo riconobbe, eccome.
Da lontano.
E per andare a riabbracciare quel vecchio amico, litigò di brutto con un drappello di carabinieri che gli facevano da servizio d’ordine.
Quando lo raccontava, Dino scuoteva la testa:
“Il mi’ Fausto… -diceva- …Che brutta fine, gli hanno fatto fare…”

E’, questo, il mondo che Brocci, Claudio e i Gaiolesi hanno sottratto all’oblio. Con Gianni Mura e Gigi Agnolin, Luciano Berruti e I’ppentolaio: un mondo che era andato ormai perduto, mentre adesso ci ritroviamo la “StradeBianche” fa gli stessi ascolti della Roubaix.
A ribadire che lo sport è anche cultura, anzi è più cultura di tante altre cose, come insegnano i francesi con il Tour.
E’ turismo emozionale, e rispetto del territorio. Cibo, gastronomia, paesaggio, ambiente e sostenibilità. Valori che non passano di moda, ed emozioni. Più efficace di qualsiasi, noiosissimo convegno sull’ Agenda 2030.
Il venditore di magliette vintage dell’Eroica mi raccontò la storia della Wilier: una squadra dell’immediato dopoguerra con quella strana sigla che (dicono) nascondeva il messaggio “W l’Italia LIbera E Redenta”.
E successe che Giordano Cottur vinse una tappa drammatica, a Trieste, nel 46, proprio con quella maglia addosso: rossoalabardata, con i polsini tricolore.
E c’era gente che piangeva, quasi da rotolarsi per terra.

E poi c’è la scena finale del film, che ha il potere di lasciarti senza fiato.
“I’ppentolaio”, ormai vecchio, con la sua leggendaria maglia Bianchi ( proprio quella del famoso “Uomo solo al comando”) che sale sempre più faticosamente i tornanti che portano a Castellania, che è la sua Betlemme.
E carezza la statua di Fausto.
Ci parla, e alla fine la bacia. Teneramente.
Ed è una scena forte, e dolce allo stesso tempo.
Di quelle che ti prendono l’anima, e te la strattonano al muro.

E ti fanno capire che tra Fausto Coppi e gli altri, non c’è proprio gara.
Coppi vince sempre.
E il secondo, arriva dopo mezz’ora.
Anche se si chiama Cristiano Ronaldo.

Ti sia lieve la terra, Pentolaio.